Ritratti impossibili di DAME ESTENSI

Ritratti di Daniele Poltronieri
Introduzione di Silvana Giacobini
Testo fuori catalogo Maria Bellonci
A cura di Maria Calzolari, Elena Poltronieri
Prefazione Roberto Barbolini
Autori Roberta Iotti, Elana Bianchini Braglia
L'Atelier edizioni d’arte, Modena 2010



Ritratti inediti di Dame Estensi di Roberta Iotti

    Ciò che i documenti d'archivio testimoniano e che un profilo storico-biografico racconta sono i fatti, quelli della macrostoria (anche se spesso le parole che determinarono accadimenti importanti e svolte epocali furono per lo più trasmesse con lettere criptate o tramite i messaggi orali di fidi emissari) e quelli della microstoria, i fatti dei grandi eventi pubblici e dei minimi episodi privati. Ma a margine delle vicende accadute e dei documenti oggettivamente compulsati sta poi allo storico (o al narratore o magari all'affabulatore) scovare il dato in più nascosto tra le righe, l'aggettivo che rivela un carattere, l'appellativo che dà la misura di una personalità, la frase sibillina che accende un sospetto, la registrazione di una committenza che rivela l'inclinazione di un gusto, insomma il ritratto altrimenti impossibile, talora incredibile, e sempre assolutamente inedito.
    Ciò che suggeriscono in filigrana i documenti delle dame estensi è che le donne in passato crescevano in fretta e che al loro confronto le ragazzine di oggi sono solo apparentemente precoci, audaci, emancipate e indipendenti, là dove invece le nostre progenitrici, e ancor più se nate sotto il segno di un prestigioso blasone, erano capaci di portare fin da piccole un mostruoso carico di mansioni familiari, domestiche e ufficiali, anticamente dissimulato sotto i pesanti velluti incrostati di gemme, poi fissato alle rigide stecche dei busti e spolverato di cipria, in seguito appoggiato ai telai flessibili e ai pizzi inamidati delle crinoline, ma pur sempre un fardello di oneri imprescindibili che esse seppero immancabilmente trasformare in onori personali e dinastici. E non solo per sopravvivenza, né per passività. Valga per tutte l'esempio di Parisina Malatesti, che arrivò a Ferrara a quattordici anni scarsi, ma sia per intraprendenza che per consapevolezza di sé, e del proprio ruolo sovrano, ne dimostrò subito trenta. Tant'è che poi a venti perdette la testa sotto la scure del boia per averne combinata una di troppo, quasi fosse stata già una matura signora con la voglia di prendersi qualche svago sentimentale al di fuori di un matrimonio ormai stanco, decisamente consumato per non dire consunto, e oltremodo noioso.
    L'apprendistato a un'esistenza di vincoli, doveri e responsabilità iniziava sin dall'infanzia con un quotidiano esercizio all'orgogliosa coscienza del proprio lignaggio e dell'importanza, anche internazionale, del proprio signorile cognome, e se simili presupposti alla fortuna e alla celebrità valevano al sommo grado per le principesse legittime (Isabella d'Este seppe di rappresentare un vanto per la propria stirpe fin dalla più tenera età), non di meno venivano inculcati anche alle figlie naturali e legittimate, utili quanto le sorelle di sangue alle strategie matrimoniali del regno paterno. Il passo successivo consisteva allora nella definizione del loro destino nuziale, in modo tale che già all'interno della corte e della cerchia familiari imparassero a comportarsi con dimestichezza secondo un'etichetta rigorosa, un canone cortigiano continuamente respirato e infine assorbito, quel protocollo di regalità – croce e delizia di ogni aristocrazia ma primo biglietto da visita di ogni novella sposa – che le giovani metabolizzavano con arte, declinandolo in modi, movenze e linguaggi che altro non tradivano se non una naturalezza attentamente educata e sorvegliata, quella sofisticata sapienza di condursi nel mondo e offrirsi a esso che Baldesar Castiglione aveva magistralmente ribattezzato "sprezzatura". La diretta conseguenza di una simile educazione infantile era la formazione ai capisaldi e ai segreti della politica messa in atto durante l'adolescenza sotto la guida di precettori che all'insegnamento delle lettere e dei numeri accostavano immancabilmente anche quello fondamentale della storia e dei suoi protagonisti dall'ammirata antichità classica fino ai giorni loro, così da erudire le giovani principesse pure sui ruoli che i coevi funzionari pubblici, dal podestà ai membri del consiglio comunale ai magistrati della città, ricoprivano a lato del signore conservando al popolo, almeno formalmente, l'idea di una sempre possibile autonomia dall'autorità del tiranno. Il caso di Eleonora d'Aragona a questo proposito è illuminante: ella riuscì infatti un'ottima donna di potere, capace di reggere le sorti del ducato ferrarese durante le frequenti e prolungate assenze del marito e abilissima nel coordinare i vari istituti municipali a sostegno e protezione della signoria estense, proprio perché fin dagli anni della prima giovinezza e dei primi studi si era intenzionalmente istruita all'arte della politica frequentando con appassionata assiduità le conversazioni dei più scafati diplomatici della corte napoletana. Dal canto loro, gli Aragona ebbero l'intelligenza di comprendere che l'inclinazione di Eleonora agli affari dello stato era davvero di spicco, e di lasciare dunque alla fanciulla la sciolta libertà di coltivarsela nel modo più congeniale.
    Definiti gli accordi matrimoniali e scoccata l'ora di prendere marito, le signorine di buona famiglia venivano poi pienamente ragguagliate circa l'effettiva sostanza del proprio patrimonio dotale, dai denari ai gioielli ai manoscritti miniati e fino all'ultimo telo di biancheria, affinché anche nella nuova casa e dentro i confini del nuovo dominio potessero amministrarlo al meglio senza affidarlo per intero ai rapaci parenti del consorte e, soprattutto, potessero tornarne in possesso nel malaugurato imprevisto di una prematura vedovanza. Piuttosto lasciassero alla nuova corte la gestione dei benefici politici, diplomatici e militari che portavano con il nome, ma le gemme e i denari no, quelli era meglio controllarli da vicino, sia che si andasse spose fuori da Casa D'Este, sia che in Casa D'Este si entrasse, sia che la terza opzione fosse il velo. Giacché anche le figlie destinate al chiostro, e avviate a una rapida carriera di badesse (rilevante quasi quanto le carriere cardinalizie dei fratelli), erano tenute a conoscere fino all'ultimo centesimo la consistenza del proprio corredo di spose di Cristo insieme all'esatta influenza della propria famiglia d'origine da far pesare dentro (e fuori) le mura del monastero.
    Pur circondate di esperti amministratori, di solerti segretari e di fidati guardarobieri, le dame del Rinascimento e dei secoli seguenti furono poi investite, e spesso fin da bambine, della titolarità di ampie tenute agricole o addirittura di veri e propri feudi, cosa che iniziandole alla concreta prerogativa di un bene terriero le addestrava negli anni a consuetudini pratiche di governo, di comando, di contabilità, di rapporti sociali e in taluni casi di singolare, nonché redditizia, imprenditoria. Lucrezia Borgia, giovanissima quanto attentissima governatrice di Nepi e di Spoleto donatele dal padre, fece proprio lì quell'impareggiabile tirocinio di sovrana che le consentì poi di essere a Ferrara una donna rispettata e una duchessa dal titolo saldo, nonostante la scia di maldicenze e pregiudizi che l'aveva accompagnata dalle rive del Tevere fin sulle rive del Po. Mentre su consiglio dell'innamorato Pietro Bembo si avvinghiò alla montagna di quattrini e alle ratifiche politiche portate in dote agli Este per mettersi indiscutibilmente in sella al trono ferrarese dopo la dipartita del padre pontefice e del fratello cardinale: Lucrezia a quel punto esisteva di per sé grazie a quel privilegio di sangue e di potere a cui era stata chiamata, e a cui aveva risposto, fin dalla nascita. Da tutto ciò si comprende ovviamente che l'amore coniugale, specie come lo intendiamo oggi, veniva relegato dopo, e molto dopo, le incombenze dinastiche alle quali queste donne obbedivano. E tuttavia numerosi matrimoni combinati per interesse divennero con il tempo anche matrimoni d'amore, o comunque buone intese affettive, proprio sulla scorta del prestigio che i coniugi si erano dati, e reciprocamente garantiti, sottoscrivendo il contratto nuziale.
    Gli obblighi sotto cui queste donne piegarono il capo, tagliandosi però una cospicua fetta di libertà ed emancipazione nella fierezza stessa di adempierli, ebbero luci smaglianti e ombre lunghe e dolorose, da un lato la partecipazione a momenti (e monumenti) irripetibili, i grandi cicli ad affresco eseguiti nei palazzi dei padri e dei mariti, la confidenza con i geni del proprio tempo (basti pensare che cosa significò la presenza di Andrea Mantegna in Casa Gonzaga), la personale incidenza sulla moda dell'epoca, persino la possibilità di decidere le sorti del proprio popolo durante i periodi di reggenza; dall'altro il sacrificio a una reputazione sempre appesa alla capacità di generare, e soprattutto di generare maschi, e cioè di assicurare continuità e discendenza a un nome diverso, imposto e spesso forestiero, di donare a qualcun altro l'illusione dell'avvenire e dell'immortalità. Né il blasone poteva dare sollievo o rimedio a una condizione fisica sempre sull'orlo della malattia, del contagio, dell'aborto, del parto fatale, del tracollo improvviso e prematuro: su questo punto aristocratiche e plebee azzerarono loro malgrado le differenze familiari e sociali e in tantissime, da entrambe le parti, morirono giovani anche a causa della sifilide, il "mal dei mariti" passato alle mogli, il "mal francese" dei condottieri, dei soldati e delle prostitute che puntualmente entrava in famiglia. In ogni genere di famiglia.


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Ritratti impossibili di DAME ESTENSI L'Atelier edizioni d'arte, Modena 2010

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